Cambiano le scuole di business. Arriva l’etica per i manager del futuro?

«Ma se il tuo capo ti dice “Devi vendere dieci derivati”, tu che fai? Qualsiasi cosa pur di venderli o informi i tuoi clienti di tutti i rischi del prodotto?». Se lo chiede Giorgio, 22 anni, studente del Master in Finance della Bocconi. Fino a qualche tempo fa, sarebbe stato difficile che un manager si fosse posto un dilemma morale come questo.

Derivati e altri «oscuri» prodotti finanziari si sono diffusi senza troppo controllo e la crisi ci ha fatto conoscere storie di finanzieri senza scrupoli, da Bernie Madoff in giù. Ma forse ora qualcosa sta cambiando. A partire dai luoghi in cui manager vengono formati: università, master e scuole di business. È la finanza etica, sostenibilità e responsabilità sociale. Sono solo parole o c’è realmente una novità?

Il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi con il presidente della Bocconi Mario Monti

Agli inizi di novembre, a inaugurare l’anno accademico in via Sarfatti 25 non c’erano solo economisti. L’ospite d’onore era il cardinale Dionigi Tettamanzi. L’arcivescovo di Milano ha parlato del suo libro Etica e capitale: un’altra economia è davvero possibile?. Lo ascoltava attenta una platea di docenti e studenti. Dalla scuola di Chicago alla Caritas in veritate. Dall’ultraliberismo all’economia civile. Il passo non è breve e nemmeno semplice. Per Stefano Zamagni, economista bolognese e consulente del Vaticano, l’Italia ha ancora molta strada da fare. «Non siamo ancora usciti da venti anni di infatuazione neoliberista. Chi insegna oggi nei master si è formato in America negli anni Ottanta». Un paradosso, secondo Zamagni, se si pensa che «l’etica e il sociale fanno storicamente parte della concezione italiana di impresa: è un’idea che nasce proprio da noi nel Quattrocento». Ora l’Italia sarebbe in ritardo proprio su questi temi. «In America si è già da tempo passati dall’ideale di Scientific management allo Humanistic management – spiega il docente di Macroeconomia dell’Università di Bologna – e nei master sono obbligatori insegnamenti di filosofia».

Un’impressione simile si ha a sentire gli studenti. Giorgio racconta che «molti di noi sono stati a studiare all’estero. Ad Harvard c’è un corso che si chiama “Justice”, si affrontano problemi morali. Da noi non c’è ancora niente del genere».

È davvero così? Laura Zanetti dirige il Master of Science in Finance della Bocconi e ammette: «Non abbiamo nessun corso di etica. Docenti, programmi e testi sono gli stessi, gli studenti però sono più interessati». Non è cambiato nulla perché l’attenzione su certi temi «c’è sempre stata», precisa. Dal 2006 l’Università commerciale collabora con il Cfa Institute. Un ente no profit che sensibilizza la comunità finanziaria su standard rigorosi e integrità professionale. Il Cfa program prevede anche degli esami. Non solo finanza. Il 15 per cento del programma è dedicato a principi e deontologia professionale.

Può bastare? Francesco Saita tiene un corso sui derivati e difende la linea dell’ateneo: «Nel 2004 è partito un insegnamento sulla storia delle crisi e da tempo ci occupiamo di gestione dei rischi». Per Saita l’insistenza sull’etica degli ultimi tempi è sospetta. «Il rischio è un eccesso di marketing». E inaugurare corsi ad hoc dai nomi altisonanti serve a poco. «Si iscrive solo chi è già interessato in partenza. È più importante far entrare nei corsi tradizionali testimonianze di comportamenti rigorosi ed esempi di serietà nei confronti delle istituzioni. Solo così tutti potranno capire che questo è un aspetto decisivo».

Nel frattempo si cerca di avvicinare a questi temi anche chi sta fuori dalle aule universitarie. Da qualche mese è nato un sito dedicato alla finanza etica. A realizzarlo non sono state un’organizzazione non governativa o un’istituzione filantropica, ma Borsa Italiana e Bocconi. Il sito ha fra gli obiettivi spiegare «come evitare investimenti in titoli tossici o in aziende poi coinvolte da grandi fallimenti». A disposizione dei lettori anche un vocabolario della finanza etica. Lo si trova su www.borsaitaliana.it. Si va dalla «A» di «acquisti verdi» e «azionariato critico», alla «V» di «volontariato». Per completare il glossario rimane ancora qualche lettera.

Che manchi qualcosa lo si pensa anche se si scende dai piani alti degli studi dei docenti e si incontrano gli studenti che affollano l’atrio, all’ingresso tra i due leoni. Rachele racconta: «Un professore in facoltà una volta mi ha definito borderline, solo perché ho fatto lo stage curriculare in un’associazione no profito. Ci ho messo un anno per trovare un relatore per la tesi».

Insomma, anche se il modello dello squalo senza scrupoli incarnato dal personaggio di Gordon Gekko (Micheal Douglas in Wall Street di Oliver Stone) sembra lontano, rimane un po’ di scetticismo. «È troppo presto per parlare di cambiamento», dice Luca Solari, docente di Teoria dell’organizzazione alla Statale di Milano. «Nel mondo anglosassone gli Mba (Master in Business Administration) sono cambiati, in Italia si fa fatica persino ad insegnare un minimo di deontologia. Da noi ci si ferma ancora prima e non si arriva neanche ai principi di base». Nel dizionario dell’etica per manager la voce «università» per ora è solo una bozza.

Antonio Sgobba

INCHIESTA / Giornali universitari fantasma

foto giornali universitari

Nella foto, due dei tre giornali universitari "fantasma". Consistono in un foglio A3 piegato e pochi articoli

Tre giornali: Tru(e)man, Tiger e The Globe. Un triennio: 2004-2007. Una lista: Obiettivo Studenti, vicina a Comunione e Liberazione. Ventimila copie stampate, per un totale di 25.000 euro. Rimborsati agli studenti dall’Università degli Studi di Milano. Solo che, a sentire chi frequenta via Festa del Perdono e via Conservatorio, quei tre giornali non sono mai stati distribuiti. Nessuno – o quasi nessuno – li ha mai letti. Al Tribunale, dove dovrebbero essere registrati, non risultano. Nonostante, in fase di stampa, abbiano goduto dell’Iva agevolata, applicabile soltanto alle testate registrate. Giornali universitari «fantasma», quindi. Ma che tali non sono per la contabilità dell’Ateneo. Perché il sistema di finanziamento delle attività universitarie prevede che, perché un progetto riceva soldi, venga presentata una fattura che dimostri le spese sostenute e almeno sei copie della pubblicazione. I tre progetti editoriali, in questi tre anni, hanno consegnato tutta la documentazione necessaria. Per cui l’Università non ha colpe. Di più. L’Ateneo ha previsto nuove regole proprio per bloccare furbizie vere o presunte. E dare i fondi solo a chi li merita. Cosa può essere successo fino al 2007? Rivela un ex rappresentante d’Ateneo: «Inizialmente pensavamo che questi progetti proprio non esistessero, ma non riuscivamo a capire come facessero ad ottenere i rimborsi, visto che per ricevere i soldi bisogna presentare anche le copie del giornale. Poi ci è venuto il sospetto che le copie effettivamente stampate non corrispondessero a quelle fatturate. Quei pochi esemplari se li distribuivano solo tra loro. Così era impossibile dimostrare che avessero stampato cinquanta, cento o mille copie». Affermazione confermata dal fatto che i soli studenti a dire di aver visto le tre pubblicazioni sono quelli della Cusl, libreria gestita proprio dalla lista vicina a Comunione e Liberazione. Che, fino al 2006, è stata in maggioranza nel consiglio di amministrazione.

Chi decide quanti fondi assegnare a ogni progetto culturale studentesco – 170mila euro all’anno –, è proprio una commissione del Cda in cui siedono anche tre rappresentanti studenti. Uno di questi – nel triennio in questione – è Marco Martino. Ex di Obiettivo Studenti, ex consigliere comunale di Cinisello Balsamo. Ora, neoeletto consigliere provinciale nelle file del Popolo della Libertà.

I giornali «fantasma» nascono in tre anni diversi. Tru(e)man è il primo, nel 2004. L’anno successivo arriva Tiger, seguito da The Globe nel 2006. Nessuno dei tre giornali, come già scritto, è presente nei registri cartacei dell’Ufficio Registrazione Periodici del Palazzo di Giustizia dal 1999 ad oggi. Lo prescrive la legge, per qualsiasi stampato, anche se di diffusione contenuta. Nessuna traccia nemmeno sul web. Non un sito o una menzione in altre pagine. Le domande di finanziamento sono identiche. Cambiano soltanto i nomi dei responsabili delle riviste. I preventivi, poi, sono emessi tutti dalla stessa società, la Ce.se.d. Che però dice di non aver conservato nessun esemplare. Nel 2006/2007, quando i tre giornali risultano finanziati e stampati insieme, a fronte di preventivi targati Ce.se.d, a stampare è la Edint, associazione neocostituita e la cui partita Iva è registrata all’Agenzia delle Entrate dal 1 ottobre 2006. Tra i soci fondatori c’è proprio Marco Martino, membro uscente del consiglio di amministrazione. Nell’intestazione dell’associazione c’è un numero di telefono cellulare: il suo. Anche l’indirizzo coincide con quella che, all’epoca, era la sua residenza. I tre progetti sembrano viaggiare parallelamente. Sono stati tutti realizzati da universitari – rappresentanti o simpatizzanti – di Obiettivo Studenti. I responsabili sono tutti iscritti a Scienze politiche, come Marco Martino, che dicono di conoscere.

Un’ultima circostanza li accomuna. Nel luglio 2007, dopo le elezioni universitarie, cambia la composizione in Consiglio di amministrazione. Obiettivo studenti perde la maggioranza a favore di Sinistra Universitaria. Tra le prime iniziative dei nuovi eletti, Matteo Cazzulani ed Emanuele Crespi, c’è una mozione che parla del proliferare di attività strane, alcune delle quali riconducibili a Obiettivo Studenti. La loro azione paralizza l’attività della commissione fino a ottobre, per concedere il tempo di valutare meglio ogni singolo progetto. Vengono così introdotte le nuove regole – grazie anche all’intervento del professor Alessandro Toccolini – che impediscono il rimborso spese di progetti «fantasma». «Nell’ultima sessione di finanziamenti – dice il docente –, è stata erogata la metà dei fondi disponibili». Così, con i nuovi criteri, i tre giornali spariscono.

TABELLA FONDI EROGATI

Nella tabella, il totale dei rimborsi ricevuti dai tre giornali e le copie dichiarate

Il primogenito: Tru(e)man
Torniamo indietro di tre anni. Il primo a comparire in Ateneo è Tru(e)man. Stando a quanto viene scritto nella presentazione del progetto, dice di ispirarsi ad un principio che è una garanzia: «La verità non è tutto ciò che appare». L’idea del giornale è di un ex studente di Scienze politiche, Filippo Facco. Che ricorda: «Ho realizzato un numero zero nel 2003. Poi non se n’è fatto più nulla». E invece il giornale si è fatto, almeno a leggere quello che risulta all’Ufficio contabile dell’Ateneo. Il progetto ha base a Scienze politiche e il responsabile è Alessandro Carini, consigliere di facoltà. Nel 2004-2005 vengono stampate sette edizioni, per un totale di 9.000 copie. Costo? 7.125 euro in un solo anno. Un rimborso alto. Così come è un record la tiratura dichiarata. Ma nessuno, in via Conservatorio, ricorda di averlo visto circolare. Altro aspetto: i costi di stampa. Fino a tre euro per ogni copia. Una cifra non da poco considerato che si tratta di fotocopie, in bianco e nero, e non di stampe tipografiche.

È il caso del quarto numero della rivista (anno 2006): un solo foglio A3 verde – piegato – e pochissimi articoli. Per avere un’idea del suo costo effettivo, abbiamo fatto stampare la stessa pubblicazione sullo stesso tipo di carta in una delle copisterie di fronte alla Statale. Prezzo? 48 centesimi. Sei volte di meno.

Tanto per fare un confronto, Vulcano, un altro giornale universitario nato nel 2003, con 12 pagine in formato A4, costa circa 39 centesimi. Acido Politico, mensile della facoltà di Scienze politiche, 32 pagine in full color su carta patinata, costa 1,90 euro ogni copia.

Febbraio 2006: arriva Tiger

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Le fatture della Ce.se.d. Sono state emesse una dopo l'altra e con l'IVA agevolata al 4%, riservata però solo ai periodici registrati (clicca per ingrandire)

L’anno successivo nell’elenco dei progetti finanziati compare Tiger. Il motto: «Nient’altro che la verità… Nuda e cruda». Rispetto al suo predecessore stampa soltanto duemila copie tra marzo e ottobre 2005. In apparenza nessun legame con Tru(e)man. Slogan a parte. Solo che, incrociando le fatture della Ce.se.d presentate dai due giornali, si scopre che sono state emesse una dopo l’altra. Anche se a distanza di un giorno. Circostanza che si ripete cinque mesi dopo, quando i documenti sono contabilizzati ancora uno dopo l’altro. Questa volta, nella stessa giornata. Con una novità. Rispetto alle fatture di maggio, tanto per Tru(e)man quanto per Tiger, l’Iva applicata scende dal 20% al 4%. La riduzione è prevista però soltanto per i periodici regolarmente registrati in Tribunale e le due pubblicazioni, come è stato detto, non risultano iscritte.

Con l’anno accademico 2006-2007, ai due giornali si aggiunge The Globe. Nella richiesta di finanziamenti afferma di volersi appoggiare come gli altri ancora alla Ce.se.d per la stampa di almeno 1.100 copie, in sei edizioni diverse. Riceverà un rimborso di 2.000 euro. Nel frattempo la composizione della commissione cambia perché Marco Martino si dimette da consigliere. Quattro mesi più tardi costituirà la Edint, che stampa Tru(e)man, Tiger e The Globe. E solo loro visto che, anche in questo caso, i numeri di fatturazione sono progressivi. Anche se a distanza di diversi mesi. La fattura II (Tiger) è datata 10 maggio, la III (Trueman) 29 maggio, la IV (The Globe) 3 settembre. Significa che la Edint in quell’intervallo di tempo ha lavorato soltanto per la pubblicazione di quei giornali. Nessuna altra commessa in quattro mesi. Con due particolari. Che riguardano tutti e tre i progetti. Rispetto alle fatture precedenti che indicavano dettagli e copie stampate, le nuove sono più «povere» di informazioni: indicano soltanto la spesa e il numero delle edizioni. Nessun accenno alla tiratura di ciascun giornale. L’associazione di Marco Martino emette una fattura per il lavoro svolto, la consegna ai titolari dei progetti (suoi amici o comunque ragazzi che conosce), che con essa chiedono il rimborso all’università. L’Ateneo versa i soldi ai responsabili, che pagano Martino. Stando a quello che c’è scritto sulla fattura, di copie possono esserne state stampate dieci. O mille. Non lo si sa. L’unico dato certo è l’incasso della Edint in quei quattro mesi: 9.000 euro. È particolare anche quello che succede con l’Iva. Non solo non è più al 4%, ma cresce addirittura fino al 25%.

CORRETTO scan 3 - fatture edint

Le fatture emesse dalla Edint. Non sono indicate le copie stampate e l'Iva è del 25% (clicca per ingrandire)

Le voci dei protagonisti
Sentiti da MM, nessuno dei responsabili dei progetti è stato in grado di fornire un esemplare cartaceo delle migliaia di copie stampate. L’unico riscontro tangibile di quanto dichiarato nelle fatture. E nessuno conserva nemmeno un file in formato pdf. Chiara Orteca, titolare di The Globe, non ricorda neanche le caratteristiche del suo giornale. Lo stesso realizzato soltanto due anni fa. «Da qualche parte dovremmo averlo», dice Alessandro Carini, realizzatore di Tru(e)man. Gli fa eco Luca Gerevini, di Tiger: «Sono passati tanti anni, è difficile trovare una copia cartacea». E Marco Martino? «Come rappresentante del Cda non ho nulla da rimproverarmi – replica –, ho solo dato l’approvazione di alcuni progetti. E comunque a me risulta che questi giornali siano usciti regolarmente». Quanto alla Edint: «Ero già fuori dall’università, non avevo più incarichi al Cda».

Se fosse davvero come ha raccontato l’ex rappresentante, e se di questi giornali fossero circolate molte meno copie di quelle dichiarate, è naturale domandarsi come sia stato possibile. «L’Ateneo si preoccupa solo di effettuare il rimborso una volta ricevuta la fattura», chiarisce Andrea Aiello, direttore amministrativo di via Festa del Perdono. «Se poi queste fatture – documenti ufficiali – sono irregolari, la responsabilità è delle copisterie che le emettono». «Per evitare che si ripetano fenomeni sospetti – dice Dario Casati, prorettore della Statale – si potrebbe introdurre l’obbligo di registrazione al Tribunale per tutti i periodici finanziati col fondo “Mille Lire”». Un’altra idea nel segno della trasparenza, un altro paletto significativo. Che si aggiungerebbe a quelli introdotti due anni fa. Perché soltanto le regole possono impedire di nascondere le cose. Anche se – come insegna Tru(e)man – «la verità non è sempre ciò che appare». Appunto.

Leonard Berberi
leonard.berberi@gmail.com

Flavio Bini
biniflavio@gmail.com

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Pittori, mimi e musicisti. Il mondo in corso Vittorio Emanuele

Si sente un suono profondo e ipnotico. Viene da un lungo tronco di eucalipto scavato dalle termiti. È il didgeridoo, lo strumento tipico degli aborigeni. Non siamo però in Australia. Ma a Milano, in pieno centro, all’inizio di corso Vittorio Emanuele. A suonarlo, Devi Dasi. «È il mio nome spirituale», spiega la ragazza bulgara, 27 anni, occhi azzurri. Lei è solo uno degli artisti di strada che si esibiscono nel centro storico. In tutto circa ottanta, ciascuno ha il suo posto. Alle sue spalle una gioielleria, di fronte un grande magazzino d’abbigliamento. I milanesi e i turisti passano, la guardano incuriositi. Quando comincia a suonare si fermano. Qualcuno le chiede un cd. Altri le scattano foto o fanno video col cellulare. «Do alla gente qualcosa che non mi appartiene: un messaggio per l’anima». Devi è stata a lungo in India, poi ha suonato in giro per l’Europa: Atene, Amsterdam, Stoccolma. «Ma a Milano ho molti amici. È il pubblico migliore tra quelli che ho incontrato finora. Sono molto calorosi e aperti. Non come nel nord Europa, lì sono più conservatori. Poi qui per suonare si deve chiedere un permesso. Così mi sento più sicura».

Dall’altro lato del corso c’è Lin Qi, 60 anni, ritrattista cinese. Prima di arrivare sotto la Madunina ha girato altre città italiane. «Sono stato a Trento e a Bolzano. Ma è a Milano che mi trovo bene. Ci vivo da più di dieci anni. Ci sono tanti turisti e le persone sono interessate all’arte». Accanto a lui, la moglie Ya Ymig: sorride e lo aiuta. Hanno due figli, un maschio e una femmina. «Loro sono rimasti in Cina, studiano all’università». I figli sono lontani, ma Lin non tornerebbe indietro: «Da ragazzo avevo imparato la pittura nello stile cinese. Facevo soprattutto paesaggi. Poi ho capito che dovevo imparare a dipingere il mondo. E qui c’è tutto il mondo». Mai nessun problema con la burocrazia, soprattutto da quando ci sono i permessi. Per i ritrattisti la licenza dura tre mesi (rinnovabili) e va richiesta agli uffici del Comune, in via Dogana.

Qualche metro più in la ci sono cinque ragazzi. Quattro violini e una fisarmonica. Tutti rumeni. La più piccola ha 13 anni, il più grande 19 e non vuole parlare. Per paura che qualcuno li mandi via: «Tra un po’ arriva il maresciallo e dobbiamo cambiare zona, se no ci fanno la multa». Sono in troppi per i regolamenti comunali: non sono previsti permessi di gruppo. «I rumeni vicino la Galleria de Cristoforis? Sì, li conosciamo bene», dice una vigilessa. «Bravi, vero? È impossibile mandarli via. Hanno sempre un capannello di gente intorno che sta ad ascoltarli».

Qualche settimana fa i vigili sono stati meno flessibili: hanno multato George Barbuceanu, detto Leon. Un mimo rumeno, la statua vivente di Dante Alighieri. Pare che Leon fosse andato oltre gli orari e gli spazi consentiti. Cento euro di multa e l’ordine di andare via. Ha protestato persino Dario Fo, che si è offerto di pagare per lui. Alla fine il sindaco Moratti ha preso a cuore la questione e ha saldato il debito. Da allora il regolamento comunale è in revisione. «Siamo in standby – dicono i vigili – in attesa delle indicazioni del Comune». Per ora si seguono ancora le vecchie regole, scritte nel 2000. L’autorizzazione si chiede all’Ufficio Permessi, al piano terra di Piazza Beccaria 19. Dura tre ore e si può chiedere al massimo per quattro giorni consecutivi. «Il lunedì mattina c’è la fila», dice la vigilessa allo sportello. «Soprattutto stranieri», aggiunge. Ciascuno paga 2 euro e 19 centesimi al giorno.

Poco più in là, in via Dante, due ragazzi con una chitarra e una fisarmonica. Sono Coen Gulcher e Sander Kuin. Vengono da Amsterdam, hanno 18 e 19 anni. Fanno l’Università, il primo anno di Fisica. Coen suona la chitarra e Sander la fisarmonica. Sono arrivati ieri. È la prima volta che vanno in giro per l’Europa con la loro musica. «Non so perché siamo partiti proprio da qui, ma ci troviamo bene. In un pomeriggio abbiamo guadagnato 98 euro». Forse domani ripartono. Verso Sud. «Milano è bellissima ma troppo cara, non sappiamo se possiamo permetterci un’altra notte in albergo». Il permesso non sanno neanche cosa sia. «I vigili ci hanno visto, hanno sorriso e sono passati oltre».

Antonio Sgobba

Le ragazze nel pallone

Milan ultimo in classifica e retrocesso. Il sogno degli interisti? No, il verdetto del campionato di calcio della serie A. Femminile.
Siamo nel cuore del parco Lambro, zona nord-est di Milano. È qui che, quattro giorni la settimana, si allenano le ragazze dell’Acf Milan. Arrivano tutte insieme, coi palloni in una grossa rete. La tuta rossonera, i capelli raccolti e un filo di trucco. Perché «calcio e femminilità possono combinarsi», assicurano.
Sono le 19. Le calciatrici, sedute in cerchio, iniziano lo stretching. Non tira una bella aria. Con sette punti in ventuno partite, l’anno prossimo sarà A2. «A meno che – precisa Francesco Crudo, il presidente – qualche squadra non riesca ad iscriversi alla serie A. Allora noi saremo pronti a prenderne il posto».
Le ragazze fanno passaggi a due con la palla. Hanno tra i 16 e i 24 anni. Manca il capitano, Annalisa Zambetta, fuori per infortunio. Lei di anni ne ha 26, di cui 15 passati nel Milan. È il decano della squadra. «Questo è un gruppo giovane», dice il presidente. «Le ragazze stanno crescendo insieme. Tra tre o quattro anni potranno dire la loro». Come è successo nel periodo d’oro della società, tra il 1994 e il 2001. «In quella fase abbiamo vinto tutto»,  ricorda Crudo. «Avevamo otto giocatrici in nazionale e un vivaio ricco». L’anno più bello? «Il 1999. Conquistammo scudetto, coppa Italia, Supercoppa e campionato primavera».
È il momento degli scatti. Una macchia rossonera si sposta su e giù per il campo. Le divise sembrano quelle del Milan maschile. «Le compriamo da loro – conferma il presidente – è l’unico rapporto che abbiamo con l’“altro” calcio». All’estero, invece, le squadre di uomini e donne fanno parte dello stesso club. «Anche per questo il livello del football femminile straniero è più alto di quello italiano. Loro non devono preoccuparsi di trovare sponsor e finanziamenti per sopravvivere». E i tifosi? «Pochi», dice Monica Balducci, 18 anni, centrocampista. «La gente vede il calcio come qualcosa di maschile. Già non si apprezza una donna che parla di questo sport. Figuriamoci una che lo pratica».
L’allenatore del Milan è Leandro Bravo, 33 anni, peruviano. È un figlio d’arte: il padre ha giocato nella nazionale del suo paese. Sta distribuendo le pettorine colorate. Inizia la partitella. A seguirla c’è Antonella Zambetta, mamma del capitano e segretaria responsabile della squadra. «Sono un bel gruppo», racconta. «Affiatate, giovani, brave. Vanno d’accordo sia in campo, sia nel tempo libero. Quelle fuorisede vivono insieme in un appartamento messo a disposizione dalla società. Alcune di loro studiano, altre lavorano. Una si è laureata in Economia poco tempo fa».
Arrivano i rigori. Chi segna può andare sotto la doccia. «Facciamo questo sport solo per passione. E per il fisico», spiega Monica. «Siamo considerate dilettanti. Non abbiamo stipendio, soltanto il rimborso spese».
Sono le 21.30. Le ragazze vanno via. «A casa. Domani ci si sveglia presto».
Niente feste vip, modelli, gossip e fotografi che le inseguono. Quella è roba da professionisti.

Valeria Valeriano

Caccia all’amianto: missione impossibile

Tetti, pareti, rivestimenti di tubature. In Lombardia c’è ancora tanto amianto da poter riempire sei stadi di San Siro: 2,8 milioni di metri cubi.

Sono passati diciassette anni da quando la legge 275/92 ha proibito l’estrazione e la lavorazione di questa fibra tossica. Dal dopoguerra fino alla messa al bando però il suo impiego è stato massiccio, soprattutto nell’edilizia, e il materiale rimasto nei fabbricati è ancora tanto.

DSCN0280Dal 2003 la Regione Lombardia ha adottato un piano regionale molto dettagliato in materia, il Pral. L’obiettivo: rimuovere tutto l’amianto presente sul territorio. Non solo l’eternit dei tetti industriali, ma anche quello friabile, nascosto nelle coperture delle tubature e tra i muri. Gli strumenti: una mappatura con fotorilevamento aereo e un censimento capillare in tutta la città. A partire dagli edifici pubblici, fino agli stabili privati. I dati di questa indagine sono rilasciati con molta cautela perché, dicono i funzionari del Comune, «su questo argomento si possono creare inutili allarmismi».

Fino al 2008 sono state 1.513 le strutture censite a Milano in cui si è trovato il materiale: solo 22 di queste sono state bonificate. Ciò che preoccupa però non è il numero rilevato, ma i casi che il censimento non fa emergere. Negli edifici pubblici la Asl svolge delle indagini a campione per verificare la presenza di amianto e provvede eventualmente alla bonifica. Negli stabili privati la questione è diversa. È il padrone di casa che deve  spontaneamente notificare  all’Agenzia sanitaria l’esistenza del materiale, sopportare i costi di indagine, rimozione e smaltimento. Obblighi che spesso vengono disattesi. «È una misura del tutto insufficiente, perché non c’è nessuno incaricato di controllare e soprattutto sanzionare quei proprietari che non fanno il loro dovere», dice Fulvio Aurora, segretario dell’Associazione italiana esposti amianto.

Il risultato è che anche la mappatura più recente dà una fotografia ancora parziale. Moltissimo amianto rimane nascosto tra le mura domestiche, spesso anche nell’inconsapevolezza dei padroni degli stabili o di chi nelle case abita.

Ai civici 14, 16, 18, 20 di via Russoli ci sono quattro edifici realizzati dall’Aler, l’ex Istituto autonomo case popolari. Il Corriere è stato uno dei primi a raccontare che le pareti esterne, danneggiate in parte, sono interamente foderate di amianto.

DSCN0284Alcuni inquilini hanno cominciato ad ammalarsi. Tre al numero 14, due al 16, due al 18 e due al 20. Il medico di base della zona ha rilevato un numero di casi di patologie sospette doppio rispetto a un altro complesso residenziale su cui ha competenza. «Quando ci siamo accorti che la gente cominciava a morire, abbiamo chiesto spiegazioni all’Aler e non abbiamo ricevuto risposta. Così abbiamo pagato coi nostri soldi le analisi dell’Asl e dell’Arpa, l’Agenzia regionale di protezione ambientale», dice Tina Monaco, presidente del comitato inquilini degli stabili. I risultati hanno dimostrato la presenza di amianto, ma nonostante le bonifiche promesse gli inquilini sono ancora in attesa di un incontro con i dirigenti dell’Aler.

C’è un dato però che rende il caso di via Russoli davvero unico: l’anno di realizzazione degli edifici. È il 1981.

«Quando li hanno costruiti si sapeva benissimo che l’amianto era nocivo», dice Livia Campo, ex responsabile del Dipartimento prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro della Asl di Milano.

Un istituto incaricato di fare case per le fasce più deboli che avrebbe costruito edifici potenzialmente pericolosi per chi ci abita. Sembra impossibile da pensare.

«Proprio perché fa edilizia popolare ha scelto tecniche di costruzione non vietate al minor costo possibile. In quel periodo  c’era  un  vuoto  legislativo: le proprietà nocive dell’amianto si conoscevano, ma si attendeva una legge che ne impedisse l’utilizzo», spiega la dottoressa Campo.

«Vuoto legislativo», una definizione che Raoul Martini, responsabile della Divisione ambiente e sicurezza del Conal, società che si occupa di analisi in ambito ambientale, spiega meglio. «Alla fine degli anni Settanta», racconta, «si sapeva che l’amianto sarebbe stato messo fuori legge. C’erano delle scorte da smaltire al più presto e i produttori hanno messo sul mercato quello che producevano a prezzi più bassi perché di lì a qualche anno non sarebbe più stato possibile commercializzarlo».

Smaltire tutto l’amianto. Impossibile, anche se si riuscisse a individuare ogni luogo in cui è stato utilizzato. Non solo perché è un’operazione costosa e i 5 milioni di euro stanziati per la bonifica di alcuni edifici pubblici sono stati cancellati dall’ultima Finanziaria, ma anche perché il materiale deve essere stipato in discariche speciali e l’unica attiva, in provincia di Mantova, è stracolma.

A Cappella Cantone, vicino a Cremona, la provincia ha individuato un’area in cui avrà sede una maxi discarica da 200mila metri cubi di amianto. Una buona parte del materiale rimosso a Milano potrebbe finire lì, ma gli abitanti della zona sono già sul piede di guerra. Ammesso che si possa eliminare tutto, c’è però un’eredità che nessuna discarica può smaltire: sono le oltre mille persone che ogni anno muoiono di mesotelioma pleurico, il tumore dell’amianto. Eppure le bonifiche e i controlli aumentano. Solo nel 2007 ne sono stati rimossi 152.800 metri cubi, tre volte quanto fatto nel quinquennio 2000-2005. Perché i decessi non calano?

Perché chi si ammala oggi ha contratto la malattia anche quarant’anni fa, tanto è il tempo medio di latenza di questa patologia. Negli anni Settanta, proprio quando il materiale ha raggiunto in Italia i livelli di diffusione più alti. Ecco perché il Pral stima che «in Italia il numero di casi per anno sarà in aumento fino al 2015-2020».

Nella sola regione Lombardia, i casi di mesotelioma maligno sono cresciuti dai 276 del 2000 ai 329 del 2005. Quasi un nuovo malato ogni giorno. Accade in modo silenzioso. Senza stragi, senza picchi di decessi.

Una beffa doppia, perché così l’amianto non fa nemmeno notizia. Non per tutti almeno.

Flavio Bini

Tra le strade dell’Abruzzo con le batterie ecologiche

Fra i terremotati dell’Abruzzo con i prototipi del Politecnico di Milano, per produrre corrente elettrica. Ecologica e senza fili. Così si uniscono università, mondo del lavoro e solidarietà. E si sfata il mito che in Italia nessuno investe nella ricerca.

È bastato un anno perché un progetto nato nei laboratori di piazzale Leonardo finisse fra le vie dell’ Aquila. Nel maggio del 2008 un professore e due colleghi ripensano il modo di produrre elettricità. Creano una società – la Genport (sigla di generatori portatili). Trovano aziende e una banca che mettano soldi e materiali. Coinvolgono studenti per la parte tecnica. Oggi i primi esemplari sono pronti, la società ha assunto un neo laureato e prevede di dare lavoro ad altri tre ricercatori. La produzione dei generatori inizierà nel 2010, ma già nei prossimi giorni i modelli di laboratorio saranno usati dalla Protezione civile nelle zone terremotate.

Un prototipo di cella a combustibile portatile
Un prototipo di cella a combustibile portatile

«Creiamo celle a combustibile che funzionano come batterie portatili», spiega il papà di Genport Giovanni Dotelli, 44 anni, docente di Scienza e Tecnologia di Materiali elettrici. «In Abruzzo serviranno per le radio: i volontari non dovranno tornare al campo base per ricaricare gli apparecchi. Avranno i nostri generatori indossabili e non perderanno tempo in spostamenti inutili». Si tratta di scatolette da tenere nello zaino, grandi come un libro, che hanno autonomia che va dalle tre alle dodici ore.

Il mercato dove impiegare questa tecnologia è vasto: dalla medicina al settore del lusso. Avere una cella a combustibile portatile che fornisce da 300 a 1000 watt può servire per alimentare un ospedale da campo, i comfort di uno yacht, il computer di uno studioso che fa ricerche nel cuore dell’Amazzonia o le apparecchiature di un’unità di soccorso mobile. «C’è forte interesse per i nostri prodotti – ammette Giovanni Dotelli – appena i prototipi saranno testati li mostreremo alle aziende che ci hanno contattato».

Ma come funziona la cella? «Il meccanismo è come quello di un motore: si alimenta con un combustibile», semplifica Dotelli. «Nel nostro caso il combustibile è l’idrogeno: la reazione con l’ossigeno produce corrente». Ma c’è di più: «I tubi di scappamento delle automobili emettono gas. I nostri modelli, invece, sono a impatto zero: escono solo aria esausta e umidità». Nessun inquinamento, dunque. E quando finisce il combustibile, si ricarica con cartucce di idrogeno. «Stiamo sviluppando due tipi di celle portatili: le più potenti sono grandi come un computer e producono fino a 1000 watt. Le piccole, che chiamiamo indossabili, sviluppano circa 50 watt». Le prime possono stare nel bagagliao di un’auto ed essere usate in campo medico. O nel mercato del divertimento, ad esempio per il campeggio. Le seconde avranno diffusione maggiore: chiunque potrà portarsele dietro per caricare laptop o cellulari.

La squadra che lavora sui generatori portatili è giovane: i tre ideatori, Giovanni Dotelli, Franco Fattorini e Paolo Fracas, sono quarantenni. I ricercatori hanno tutti meno di trent’ anni, come Luca Omati, 26 anni, dottorando, che testa in laboratorio i materiali. L’unico dipendente della società, per ora, è Stefano Limonta, 25 anni, che ha conosciuto Genport come studente e tesista del professor Dotelli. Appena laureato, è stato assunto: «Il mio ingresso nel mondo del lavoro è stato veloce e soft: sono rimasto nei laboratori del Politecnico, allo stesso tavolo che usavo quando preparavo la tesi».

Giovanni Dotelli, docente al Politecnico e creatore del progetto Genport
Giovanni Dotelli, creatore di Genport

Il docente responsabile spiega la filosofia della società: «Ho la fortuna di lavorare sia dentro che fuori il Politecnico. Mentre insegno posso

mettere alla prova giovani ricercatori. Naturale che, quando trovo uno studente brillante, lo voglia con me per sviluppare i progetti». Una cerniera fra ricerca e lavoro resa possibile anche dall’appoggio esterno di aziende e finanziamenti: «Con noi collaborano diverse ditte: la Seal Saati, il gruppo Elemaster e la Sol di Monza. E abbiamo come partner il Credito Valtellinese» conclude Dotelli.

Fino all’estate la base operativa di Genport sarà il dipartimento di Chimica industriale ed Ingegneria chimica di piazzale Leonardo. Poi, finiti i test di controllo, un’azienda di Lomagna si occuperà della produzione. E Genport arriverà sul mercato.

Gaia Berruto

Milano vista da Jannacci: «Guardo il Duomo e rido, che nostalgia della mia città»

Enzo Jannacci

Enzo Jannacci

Automobili di tutti i colori e grandezze, luci che sembra sempre Natale, biglietti da mille che piovono dal cielo. Quarant’anni fa Enzo Jannacci descriveva così Milano. «I gh’e tante otomobil de tucc i culùr, de tucc i grandesc’, l’è pien de lüs, che el par d’ess a Natal, il ciel pien de bigliett de milla», cantava in Ti te sé no. Che cosa è rimasto di quella Milano? Le automobili ci sono ancora. «Anzi, ce ne sono di più. Ci sono più giovani che vanno in giro, hanno tutti la macchina col sedile ribaltabile per fare l’amore con la ragazza. Ai miei tempi la volevano tutti, la volevo anch’io ma non ce l’avevo». La città allora era più ospitale: «Era un luogo ameno. Ora per i pedoni non c’e spazio, sono considerati dei mezzi, nel senso di entità fatte a metà».

Una passeggiata per Milano con Jannacci potrebbe incominciare da via Barletta. Dove c’erano gli studi della Ricordi: la casa discografica che ha prodotto i suoi maggiori successi, dai 45 giri con Gaber a Vengo anch’io. No, tu no. «Questo è uno dei posti che utilizzo come pensatoio. Perché io credo ancora che valga la pena di pensare, anche se alle volte il cervello è il nostro peggior carceriere». Un altro buon posto per riflettere è vicino alla stazione di Porta Garibaldi. «Ora qui è cambiato tutto. Ma anche se hanno buttato giù i muri, non possono portare via l’essenza di un luogo, quella rimane anche se il posto cambia, rimane l’odore nella memoria». Oppure si potrebbe partire dal suo quartiere: Città Studi. «È una bella zona, piena di studenti, vedo giovani che vanno e vengono di continuo. A me piace girare in motorino». Lì ci si potrebbe fermare anche a pranzo. «C’è una trattoria dove vado a mangiare spesso: lo Strambio sei. Fanno la pizza alta, io sono una delle tre o quattro persone al mondo a cui piace così. Ci vado spesso con mia moglie e mio figlio». C’è il tempo per un aperitivo? «Io però prendo soltanto un crodino. Una volta ero un etilista, in America bevevo solo martini. I reni sono due, ma il fegato è uno, come la milza». «Il più grande cantautore italiano», come lo ha definito Paolo Conte, si ricorda di essere anche medico.

Si potrebbe stare in giro per ore. Sarà perché questa città ce l’ha avuta sempre negli occhi da quando era un ragazzino. «Sta cità ghe lu denter in di occ de quan s’eri un fiulin», per dirla con parole sue. Il primo disco è La Milano di Enzo Jannacci, l’ultima fatica è Milano 3-6-2005. Al monumento simbolo della città nel 1970 ha anche dedicato una canzone: Il duomo di Milano. Lo descrive come un luogo di dolore, parla del funerale di un ragazzo. Ma ora se lo guarda dice: «Mi viene da ridere». Perché? «Penso alla fabbrica del Duomo. Son sempre lì che fanno e disfano. Se lo vedi davanti è solo il sagrato di una chiesa. E rido». Del resto lo ha anche cantato: «L’è un rebelot, ‘na città de far rid, l’è un casot». «Ma guardi che io non rido tanto», precisa. «Io sono cresciuto cullato dall’arte di Dario Fo. Lui sì che mi faceva ridere. Poi sono arrivati i miei giovani amici». Chiama così Boldi, Pozzetto, Teocoli, Abatantuono. Ricorda i tempi del Derby: «Era un mondo di favola». Oggi c’è qualcosa di paragonabile? «No, per quanto ne so io non ce ne sono più di locali come quello lì». Ma continua a pensare ai giovani. Da febbraio tiene un corso alla Scuole civiche. «Si, ma non faccio mica lezione io. Cerco soltanto di far capire la mia esperienza di cantautore. Questo è quello che devono fare gli anziani e io sono il più anziano di tutti. Indico dei percorsi per parlare del sociale, della famiglia, dell’amore. Per un fratello, per l’amico, per una donna, per il pensiero stesso dell’amore. Di come si racconta una storia che alla fine è quasi sempre tragica». Il pubblico è vario: «Ad ascoltarmi ci sono soprattutto ragazzi. Ma anche cinquantenni, delle signore e delle psicologhe».

Alla fine rimane un po’ di nostalgia per luoghi che non ci sono più, come le sartorie. «Io ho una sola vanità. Mi piace vedermi di spalle. Una volta c’erano i sarti che ti mettevano lo specchio dietro, oggi è più difficile. Deve essere una cosa ereditaria. Lo faceva anche mio padre. Lui però era aviatore. E da lassù è più difficile guardarsi così».

Antonio Sgobba

Koffi, giornalista italiano che resta straniero

Matteo Fraschini Koffi

Matteo Fraschini Koffi

Succede che nasci a Lomé, in Togo. Che per 19 giorni da quando sei nato non sai cosa ne è stato della tua vita. Succede che ti trovi in un orfanotrofio, che marito e moglie, italiani, vengano in Africa, ti adottino, ti portino in Italia. Succede che diventi milanese, ma che sarai straniero. Per sempre.

Matteo Fraschini Koffi è un ragazzo di 28 anni. «Italiano a tutti gli effetti», sottolinea. «Koffi (in togolese, “venerdì”, il giorno della sua nascita, ndr) l’ho aggiunto per far capire le mie origini africane ai lettori». I 19 giorni di Lomé – Confessioni di un viaggio alla ricerca della propria identità (Edizioni il circolo calante) è il libro che Fraschini ha scritto per scavare nel suo passato e affrontare il presente e il futuro. Una ricerca delle proprie origini che passa dal ritorno in Africa. Tre anni fa Matteo ha salutato i suoi genitori ed è partito per il Togo. «Sono andato a cercare l’orfanotrofio dove ho vissuto per dieci mesi. Quando ho trovato il registro con scritto a penna il mio nome e la data di nascita, ho trovato un pezzo di me stesso». Restare a Milano, per lui, era sempre più faticoso. E lo è tutt’ora, quando torna dall’Africa. «Mi sento straniero. Gli italiani non sono pronti a considerare italiano a tutti gli effetti chi è di colore». Una lunga serie di “imbarazzismi”, come lui li ama definire, lo hanno spinto a decidere di andare via. «Ogni volta che entravo in un negozio mi dicevano che non volevano comprare niente, scambiandomi per un vucumprà», racconta Matteo. Che aggiunge: «Qualche tempo fa, alla messa di Natale, ero fuori dalla chiesa, appoggiato al muro a parlare con i miei amici. È passata una signora e mi ha allungato due euro. Pensava fossi lì a chiedere l’elemosina». Riesce anche a sorridere mentre racconta. «Ormai ci sono abituato».

A Milano da straniero, con pochi stimoli. «Dormivo fino a tardi la mattina e la sera andavo al pub. Riempivo le mie giornate leggendo i libri degli inviati di guerra». Così l’idea di partire. La voglia di scoprire le sue radici si sposa alla passione per il giornalismo. Matteo inizia a viaggiare. Iraq, Kosovo, Israele, Tagikistan. E poi il Kenya. «I miei genitori all’inizio erano un po’ spaventati. Poi hanno letto il libro e hanno capito che quella era la mia strada». Una piccola parte di radici l’ha trovata subito. «Non mi era mai successo di confondermi tra la folla. È una bella sensazione. Anche in Africa però fanno fatica ad accettare l’idea di un italiano di colore. Anche se il colore della pelle mi ha aiutato nel lavoro». Matteo adesso è un giornalista e fotografo free-lance. «C’è molta più diffidenza nei confronti dei giornalisti bianchi. Per me è più facile». Collabora con varie testate giornalistiche tra cui Avvenire, Radio Rai, Nigrizia, Corriere Magazine. Pezzi di inchiesta, pezzi di verità. «Sì, a volte racconto cose che i media non trattano. I sentimenti delle persone, soprattutto quelli. Non li racconta mai nessuno. Io ci provo, anche con le foto». Ha visto la guerra da vicino, ne ha sentito l’odore. Porta con sé l’immagine di un padre che consola il suo bambino, ustionato, all’ospedale di Baghdad. Adesso Matteo è in Uganda. Il suo ultimo lavoro però l’ha realizzato in Kenya: un’inchiesta sul turismo sessuale praticato da donne occidentali su ragazzini minorenni tra Mtwapa e Mombasa. Ma Matteo, allora, è più italiano o africano? «Sono italiano, senza dubbio. O meglio, sono un giornalista italiano, africanizzato, che lavora in Africa». E la famiglia? «Sono grato ai miei genitori. Ma l’adozione era una responsabilità anche per me: ero stanco di sentirmi dire che ero stato fortunato ad essere stato adottato». Il consiglio per le famiglie che vogliono adottare è chiaro: «Quando possibile, bisogna far crescere i bambini nel paese in cui sono nati. Lo so, è complicato, ma sarebbe perfetto. Nel mio caso non è stato possibile. L’orfanotrofio non era attrezzato e io ero malato». Italia e Africa abitano nello stesso ragazzo. Milano, sullo sfondo, lascia un alone di malinconia: la città che ha accolto il piccolo Matteo ha rinnegato l’adulto Koffi. Che però guarda avanti. «Sulle mie origini avrò sempre delle domande nella testa e nel cuore. Ma è il Matteo Koffi di oggi e domani, non di ieri, la persona a cui sono ora interessato».

Luciano Cremona

Il supermercato fai da te che non chiude mai

Il bar automatico di via Canonica

Il bar automatico di via Canonica

La spesa? Nei negozi automatici si può fare in un minuto e a pochi euro. Gli automatic shop sono negozi a tutti gli effetti dove in 5 metri quadrati sono piazzate 3-4 macchinette automatiche che non distribuiscono soltanto snack e bibite ma in molti casi anche detersivi, giocattoli e articoli per la cura del corpo. Nati come risposta al bisogno di fare acquisti anche di notte, i self service sono aperti 24 ore su 24 e funzionano senza personale. Certo non è la prima volta che i consumi avvengono senza la mediazione di persone: basta pensare alle compravendite online e ai distributori di sigarette. Qui però ci troviamo difronte a un’evoluzione: un minimarket completamente automatizzato. Insomma, come lo definisce un passante, «il paradiso della macchinetta». A Milano gli automatic shop sono dieci, collocati soprattutto lungo i viali di circonvallazione: ad esempio in via Farini, vialeAbruzzi e corso Lodi. Anche se ci sono in tutta Italia, questi negozi sembrano pensati su misura per Milano: il servizio è veloce e costa meno che al bar. Prendiamo, per esempio, un milanese, sempre di fretta come vuole lo stereotipo, che ha appena staccato dal lavoro e non ha voglia di mettersi ai fornelli. Va al self service shop e in un minuto compra un panino, una bibita e un caffè. To- tale: 3 euro e 50. Se compra le stesse cose al bar ci mette più tempo e spende almeno 5 euro. «Li trovo utili», dice una signora che è entrata per prendere un caffè. «Sono un modo più easy di fare la spesa». E l’inglesismo contenuto nella frase suggerisce che in questi negozi anche il linguaggio debba essere innovativo. Ma chi è il cliente-tipo degli shop automatici? A sentire Renato Baldi, proprietario di una delle due catene di distribuzione presenti a Milano, Shop 24, una figura precisa non esiste: «Finora ci si basa sulla gente di passaggio. In ogni punto-vendita arrivano tra i 150 e i 350 clienti al giorno». E tra questi, ce n’è anche qualcuno affezionato. Come la signora in pensione che va pazza per la cioccolata calda delle macchinette: «Vengo qui ogni mattina a prendere qualcosa da bere. Mi fido più dei distributori che di alcuni baristi. Qui, almeno, sono sicura che i prodotti sono igienici».
La maggioranza dei consumi, però, non sono mattutini. Almeno metà delle persone che si fermano a fare spesa ai self service lo fa di notte: il segno che Milano è viva anche nelle ore piccole e forse non può permettersi di avere negozi aperti soltanto durante il giorno.
«La carta vincente è fornire un servizio a tutte le ore», dice Gianni Vicentin, titolare di Nuova Vde International, l’altra ditta di automatic shop attiva aMilano. E l’idea funziona, visto che in pochi anni l’affluenza ai self service è cresciuta in maniera costante e ha addirittura spinto gli imprenditori del settore a creare una rete in franchising.
Anche se finora a Milano non ci sono stati episodi di vandalismo, per rassicurare i clienti notturni ogni locale è dotato di una telecamera a circuito chiuso. Il popolo dei consumatori automatici può stare tranquillo quindi: un occhio elettronico li controlla anchequando bevono il caffè.
Ma la gente è davvero disposta a rinunciare al contatto umano in cambio della possibilità di comprare il latte fresco di notte?
«Dobbiamo abituarci alla spersonalizzazione dell’esperienza dell’acquisto», spiega Luisa Leonini, docente di sociologia dei consumi all’Università degli Studi di Milano. «L’automazione è una tendenza in aumento perché serve a ridurre i costi. A Singapore hanno addirittura brevettato un distributore di pizze. In compenso, però, cresce anche la riscoperta del significato autentico del consumo: lo dimostra il boom dell’agricoltura a chilometro zero, ovvero l’acquisto di prodotti agricoli stagionali e locali».
I fenomeni in controtendenza ci sono, quindi. Come le decine di persone che, nonostante il successo dei self service, non accettano di diventarne clienti. Arrivano davanti alle macchinette, danno un’occhiata in giro e poi escono senza comprare niente.Forse sono soltanto scettiche davanti alle novità. Oppure provano nostalgia per i negozi tradizionali, senza macchinette automatiche, dove c’è sempre qualcuno con cui scambiare due chiacchiere.

Maurizio Di Lucchio

L’interprete dei sordi:«Ascoltatemi con gli occhi»

Serena Affini, durante una lezione di diritto

Serena Affini, durante una lezione di diritto

«Curiosità. Solo quello. Anche perché non vengo da una famiglia di sordi». Non un motivo specifico. Non un’esigenza particolare. Ma il desiderio di capire un mondo, nato subito dopo il liceo. Quasi per caso. Serena Affini, occhi nocciola e una trentina d’anni, è un’interprete per non udenti. Lavora all’Istituto comprensivo Albert Schweitzer di Segrate. È la voce e le orecchie di Alice, seconda media, sorda dalla nascita. Ha seguito un corso di 3 anni all’Ens (Ente Nazionali Sordi – http://www.ensmilano.it/) di Via Boscovich a Milano. Per imparare la Lis, la lingua italiana dei segni. Un vero e proprio ponte linguistico tra le due realtà, costruito verso la fine degli anni Settanta grazie agli studi di Virginia Volterra, pioniera in Italia. «All’Ens le lezioni – racconta Serena – si tengono tre volte a settimana di pomeriggio o di sera. Ogni incontro dura circa due ore». Non solo esercizi di grammatica e sintassi. Ma anche corsi di cultura e storia dei sordi. Dal 1800 ad oggi. Dalla legge che impediva ai non udenti di ereditare, alle attuali. «Ci sono esami intermedi e uno finale. Come all’università». Il diploma, valido in tutta Italia, dà la possibilità di lavorare come operatori di sportello (amministrazioni locali e rapporti con il cittadino sordo), nel privato (convegni, conferenze, turismo, etc) e – come nel caso di Serena – nelle scuole. Durante l’anno le associazioni organizzano corsi di aggiornamento e di alfabetizzazione. Anche per non udenti. «Perché bisogna sempre migliorare. Imparare la Lis è come imparare l’inglese. È una lingua a tutti gli effetti. Una diversa per ogni nazione: c’è l’italiano, lo spagnolo, il tedesco. E ci sono anche i dialetti». Alcune parole, infatti, possono essere segnate in modo diverso a seconda della provenienza geografica. E il lavoro a scuola? «La Provincia di Milano mi ha contattato mentre frequentavo l’ultimo anno. Questo tipo di interprete è una figura un po’ strana (sorride, ndr). Mi siedo davanti all’alunno e traduco quello che succede. Ogni piccola cosa. Le spiegazioni dei professori e il suono della campanella. Le interrogazioni e le chiacchierate con gli amici».

Serena e Alice, durante una spiegazione di grammatica italiana

Serena e Alice, durante una spiegazione di grammatica italiana

Nella II A, la classe di Alice e Serena, tutti i ragazzi hanno imparato il linguaggio dei segni. «Fin dalla scuola dell’infanzia abbiamo organizzato dei corsi extra. Per una maggiore integrazione. E per riuscire a parlare insieme». Parlare e ascoltare, guardandosi. Ogni anno a Milano si diplomano 20 nuovi esperti linguistici. Le richieste sono sempre più numerose e, per accedere al corso, c’è anche un test d’ingresso. Per scegliere i più motivati e i più bravi, ma anche perché «i fondi non bastano mai e c’è bisogno di una certa selezione». La crisi economica, però, non sembra toccare questa realtà. Perché «alla fine, se lavori bene, ti fai un nome e qualcuno ti chiama sempre. Non necessariamente a scuola». Serena guadagna 1.300 euro netti al mese, ma «molto dipende dai progetti. Scadono ogni due anni e può capitare che non vengano rinnovati. Tutto è in mano a Provincia e Enti locali. Anche i finanziamenti. Infatti non dipendo direttamente dal Ministero dell’Istruzione, né dal provveditorato agli studi». Ci sono dei comuni virtuosi, attenti. Altri lo sono meno. «In Sicilia, per esempio, le cose vanno benissimo. Come a Milano. In Campania, però, la situazione è disastrosa». Il pagamento del suo stipendio avviene «in modo contorto», dice «I soldi stanziati vengono dati alle famiglie che “girano” tutto a me. È capitato, però, che qualcuno fosse pagato meno, perché veniva inspiegabilmente trattenuta una parte del contributo». Il lavoro di Serena va al di là delle ore didattiche. Al di là delle lezioni e dei compiti a casa. «Sono impegnata anche fuori dalla scuola. Ad esempio, nelle ore di catechismo il mercoledì pomeriggio. Ho uno splendido rapporto con Alice e la sua famiglia. Ogni tanto ci vediamo anche nel fine settimana. Immagino, però, sia difficile per lei distinguere i ruoli». Sono molte le attività promosse dall’Ens di Milano. Balletti, feste – come lo Sch party, una serata aperta a tutti dove si può comunicare solo con la Lis – e teatro, con la compagnia Senza Parole. «Sono andata diverse volte – continua Serena – e mi sono sentita completamente a mio agio, divertendomi moltissimo» I giovani? «Ce ne sono, certo. Ma da quando i sordi possono frequentare le scuole pubbliche, molte famiglie frequentano meno le associazioni. Ma – conclude Serena, dispiaciuta – non capisco il perché».

Goffredo d’Onofrio