Si sente un suono profondo e ipnotico. Viene da un lungo tronco di eucalipto scavato dalle termiti. È il didgeridoo, lo strumento tipico degli aborigeni. Non siamo però in Australia. Ma a Milano, in pieno centro, all’inizio di corso Vittorio Emanuele. A suonarlo, Devi Dasi. «È il mio nome spirituale», spiega la ragazza bulgara, 27 anni, occhi azzurri. Lei è solo uno degli artisti di strada che si esibiscono nel centro storico. In tutto circa ottanta, ciascuno ha il suo posto. Alle sue spalle una gioielleria, di fronte un grande magazzino d’abbigliamento. I milanesi e i turisti passano, la guardano incuriositi. Quando comincia a suonare si fermano. Qualcuno le chiede un cd. Altri le scattano foto o fanno video col cellulare. «Do alla gente qualcosa che non mi appartiene: un messaggio per l’anima». Devi è stata a lungo in India, poi ha suonato in giro per l’Europa: Atene, Amsterdam, Stoccolma. «Ma a Milano ho molti amici. È il pubblico migliore tra quelli che ho incontrato finora. Sono molto calorosi e aperti. Non come nel nord Europa, lì sono più conservatori. Poi qui per suonare si deve chiedere un permesso. Così mi sento più sicura».
Dall’altro lato del corso c’è Lin Qi, 60 anni, ritrattista cinese. Prima di arrivare sotto la Madunina ha girato altre città italiane. «Sono stato a Trento e a Bolzano. Ma è a Milano che mi trovo bene. Ci vivo da più di dieci anni. Ci sono tanti turisti e le persone sono interessate all’arte». Accanto a lui, la moglie Ya Ymig: sorride e lo aiuta. Hanno due figli, un maschio e una femmina. «Loro sono rimasti in Cina, studiano all’università». I figli sono lontani, ma Lin non tornerebbe indietro: «Da ragazzo avevo imparato la pittura nello stile cinese. Facevo soprattutto paesaggi. Poi ho capito che dovevo imparare a dipingere il mondo. E qui c’è tutto il mondo». Mai nessun problema con la burocrazia, soprattutto da quando ci sono i permessi. Per i ritrattisti la licenza dura tre mesi (rinnovabili) e va richiesta agli uffici del Comune, in via Dogana.
Qualche metro più in la ci sono cinque ragazzi. Quattro violini e una fisarmonica. Tutti rumeni. La più piccola ha 13 anni, il più grande 19 e non vuole parlare. Per paura che qualcuno li mandi via: «Tra un po’ arriva il maresciallo e dobbiamo cambiare zona, se no ci fanno la multa». Sono in troppi per i regolamenti comunali: non sono previsti permessi di gruppo. «I rumeni vicino la Galleria de Cristoforis? Sì, li conosciamo bene», dice una vigilessa. «Bravi, vero? È impossibile mandarli via. Hanno sempre un capannello di gente intorno che sta ad ascoltarli».
Qualche settimana fa i vigili sono stati meno flessibili: hanno multato George Barbuceanu, detto Leon. Un mimo rumeno, la statua vivente di Dante Alighieri. Pare che Leon fosse andato oltre gli orari e gli spazi consentiti. Cento euro di multa e l’ordine di andare via. Ha protestato persino Dario Fo, che si è offerto di pagare per lui. Alla fine il sindaco Moratti ha preso a cuore la questione e ha saldato il debito. Da allora il regolamento comunale è in revisione. «Siamo in standby – dicono i vigili – in attesa delle indicazioni del Comune». Per ora si seguono ancora le vecchie regole, scritte nel 2000. L’autorizzazione si chiede all’Ufficio Permessi, al piano terra di Piazza Beccaria 19. Dura tre ore e si può chiedere al massimo per quattro giorni consecutivi. «Il lunedì mattina c’è la fila», dice la vigilessa allo sportello. «Soprattutto stranieri», aggiunge. Ciascuno paga 2 euro e 19 centesimi al giorno.
Poco più in là, in via Dante, due ragazzi con una chitarra e una fisarmonica. Sono Coen Gulcher e Sander Kuin. Vengono da Amsterdam, hanno 18 e 19 anni. Fanno l’Università, il primo anno di Fisica. Coen suona la chitarra e Sander la fisarmonica. Sono arrivati ieri. È la prima volta che vanno in giro per l’Europa con la loro musica. «Non so perché siamo partiti proprio da qui, ma ci troviamo bene. In un pomeriggio abbiamo guadagnato 98 euro». Forse domani ripartono. Verso Sud. «Milano è bellissima ma troppo cara, non sappiamo se possiamo permetterci un’altra notte in albergo». Il permesso non sanno neanche cosa sia. «I vigili ci hanno visto, hanno sorriso e sono passati oltre».
Antonio Sgobba
