Cambiano le scuole di business. Arriva l’etica per i manager del futuro?

«Ma se il tuo capo ti dice “Devi vendere dieci derivati”, tu che fai? Qualsiasi cosa pur di venderli o informi i tuoi clienti di tutti i rischi del prodotto?». Se lo chiede Giorgio, 22 anni, studente del Master in Finance della Bocconi. Fino a qualche tempo fa, sarebbe stato difficile che un manager si fosse posto un dilemma morale come questo.

Derivati e altri «oscuri» prodotti finanziari si sono diffusi senza troppo controllo e la crisi ci ha fatto conoscere storie di finanzieri senza scrupoli, da Bernie Madoff in giù. Ma forse ora qualcosa sta cambiando. A partire dai luoghi in cui manager vengono formati: università, master e scuole di business. È la finanza etica, sostenibilità e responsabilità sociale. Sono solo parole o c’è realmente una novità?

Il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi con il presidente della Bocconi Mario Monti

Agli inizi di novembre, a inaugurare l’anno accademico in via Sarfatti 25 non c’erano solo economisti. L’ospite d’onore era il cardinale Dionigi Tettamanzi. L’arcivescovo di Milano ha parlato del suo libro Etica e capitale: un’altra economia è davvero possibile?. Lo ascoltava attenta una platea di docenti e studenti. Dalla scuola di Chicago alla Caritas in veritate. Dall’ultraliberismo all’economia civile. Il passo non è breve e nemmeno semplice. Per Stefano Zamagni, economista bolognese e consulente del Vaticano, l’Italia ha ancora molta strada da fare. «Non siamo ancora usciti da venti anni di infatuazione neoliberista. Chi insegna oggi nei master si è formato in America negli anni Ottanta». Un paradosso, secondo Zamagni, se si pensa che «l’etica e il sociale fanno storicamente parte della concezione italiana di impresa: è un’idea che nasce proprio da noi nel Quattrocento». Ora l’Italia sarebbe in ritardo proprio su questi temi. «In America si è già da tempo passati dall’ideale di Scientific management allo Humanistic management – spiega il docente di Macroeconomia dell’Università di Bologna – e nei master sono obbligatori insegnamenti di filosofia».

Un’impressione simile si ha a sentire gli studenti. Giorgio racconta che «molti di noi sono stati a studiare all’estero. Ad Harvard c’è un corso che si chiama “Justice”, si affrontano problemi morali. Da noi non c’è ancora niente del genere».

È davvero così? Laura Zanetti dirige il Master of Science in Finance della Bocconi e ammette: «Non abbiamo nessun corso di etica. Docenti, programmi e testi sono gli stessi, gli studenti però sono più interessati». Non è cambiato nulla perché l’attenzione su certi temi «c’è sempre stata», precisa. Dal 2006 l’Università commerciale collabora con il Cfa Institute. Un ente no profit che sensibilizza la comunità finanziaria su standard rigorosi e integrità professionale. Il Cfa program prevede anche degli esami. Non solo finanza. Il 15 per cento del programma è dedicato a principi e deontologia professionale.

Può bastare? Francesco Saita tiene un corso sui derivati e difende la linea dell’ateneo: «Nel 2004 è partito un insegnamento sulla storia delle crisi e da tempo ci occupiamo di gestione dei rischi». Per Saita l’insistenza sull’etica degli ultimi tempi è sospetta. «Il rischio è un eccesso di marketing». E inaugurare corsi ad hoc dai nomi altisonanti serve a poco. «Si iscrive solo chi è già interessato in partenza. È più importante far entrare nei corsi tradizionali testimonianze di comportamenti rigorosi ed esempi di serietà nei confronti delle istituzioni. Solo così tutti potranno capire che questo è un aspetto decisivo».

Nel frattempo si cerca di avvicinare a questi temi anche chi sta fuori dalle aule universitarie. Da qualche mese è nato un sito dedicato alla finanza etica. A realizzarlo non sono state un’organizzazione non governativa o un’istituzione filantropica, ma Borsa Italiana e Bocconi. Il sito ha fra gli obiettivi spiegare «come evitare investimenti in titoli tossici o in aziende poi coinvolte da grandi fallimenti». A disposizione dei lettori anche un vocabolario della finanza etica. Lo si trova su www.borsaitaliana.it. Si va dalla «A» di «acquisti verdi» e «azionariato critico», alla «V» di «volontariato». Per completare il glossario rimane ancora qualche lettera.

Che manchi qualcosa lo si pensa anche se si scende dai piani alti degli studi dei docenti e si incontrano gli studenti che affollano l’atrio, all’ingresso tra i due leoni. Rachele racconta: «Un professore in facoltà una volta mi ha definito borderline, solo perché ho fatto lo stage curriculare in un’associazione no profito. Ci ho messo un anno per trovare un relatore per la tesi».

Insomma, anche se il modello dello squalo senza scrupoli incarnato dal personaggio di Gordon Gekko (Micheal Douglas in Wall Street di Oliver Stone) sembra lontano, rimane un po’ di scetticismo. «È troppo presto per parlare di cambiamento», dice Luca Solari, docente di Teoria dell’organizzazione alla Statale di Milano. «Nel mondo anglosassone gli Mba (Master in Business Administration) sono cambiati, in Italia si fa fatica persino ad insegnare un minimo di deontologia. Da noi ci si ferma ancora prima e non si arriva neanche ai principi di base». Nel dizionario dell’etica per manager la voce «università» per ora è solo una bozza.

Antonio Sgobba

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